I finti animalisti e la "carne felice"

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04/09/2014

Non esistono prodotti animali etici, ne' sostenibili, non esistono "animali felici" negli allevamenti.

Continuano purtroppo a essere diffuse in Italia delle campagne finto-animaliste, che, con la scusa di voler far vivere meglio gli animali d'allevamento, di fatto non sono altro che una sorta di pubblicità a certi allevamenti - quelli che aderiscono all'iniziativa - e, peggio ancora, una giustificazione a continuare a uccidere animali con la coscienza in pace.

Si tratta della campagna "Sonodegno", di CIWF Italia, associazione che da anni sta facendo disinformazione nel mondo, e che di recente è purtroppo sbarcata anche in Italia.

L'invito a tutte le persone che DAVVERO rispettano gli animali, che davvero si impegnano nel volontariato animalista e vegan e che davvero vogliono difendere gli animali, è di evitare di diffondere notizie, petizioni e quant'altro legate alle campagne di questa associazione e in generale a tutte le campagne che vogliono diffondere il mito della "carne felice", una definizione che dà - giustamente - i brividi e una contraddizione in termini.

Ecco un articolo di una volontaria vegan, Evelina Pecciarini, che illustra i motivi per cui campagna di questo tipo sono solo un gran danno per gli animali.

Carne felice o allevatori felici?

Le campagne per il "benessere" degli animali da allevamento, come quelle del CIWF, ora anche in Italia, sono quanto di più dannoso possa esistere per mucche, maiali, galline e conigli: al contrario di quello che si potrebbe supporre, non solo non mettono davvero in discussione il maltrattamento degli animali, ma in pratica lo promuovono, fornendo una giustificazione al consumo di prodotti dell'industria dell'allevamento. Chi ci guadagna? Solo gli allevatori e i macellai! E non parliamo solo di qualche "piccolo produttore", ma anche di enormi multinazionali del settore alimentare.

Una contraddizione a livello logico e di senso di giustizia

E' comunemente condiviso, almeno a parole, il principio etico per cui è sbagliato imporre sofferenza non necessaria a un altro essere vivente, ed ucciderlo, come avviene per qualsiasi animale da allevamento. Un principio che viene però smentito tutti i giorni da chiunque mangi carne e altri prodotti animali: pigrizia, abitudine, gusti e convinzioni errate, certo non possono essere una giustificazione per la sofferenza e la morte di innumerevoli esseri senzienti.

Pensare che abbiano vissuto in modo "degno", per riprendere la parola usata dalla campagna del CIWF, alleggerisce la coscienza di chi consuma prodotti animali, fornisce un modo efficace - ma logicamente errato - di razionalizzare quello che si sa essere eticamente sbagliato.

E' una posizione morale che si contraddice da sola: da un lato, logica e senso di giustizia ci costringono a concludere che sia sbagliato imporre sofferenza e morte senza alcuna necessità gravissima (condizione che peraltro nella vita reale si verifica ben di rado, e mai nei confronti degli animali, ma piuttosto di altri esseri umani da cui si è costretti a difendersi).  Dall'altro, si ammette come "accettabile" l'uccisione (ovviamente non necessaria) di animali, quando questi - in teoria - non abbiano sofferto in vita (caso che, tra l'altro, mai si verifica): ma condizioni migliori di allevamento non sono eticamente compatibili con il continuare a partecipare all'uccisione di milioni di animali fatti nascere con il solo fine di trasformarli in macchine per la produzione di carne, latte e uova.

Il costo di questa posizione, intellettualmente disonesta e razionalmente inconsistente, sono la sofferenza e la morte di milioni di animali.

Poniamoci una semplice domanda: se facciamo vivere il nostro cane o gatto per 1-2 anni nel miglior modo possibile, accudendolo e rendendolo felici, ci sentiremmo giustificati a condurlo poi in un macello, squartarlo e mangiarlo? Certo che no. Per gli altri animali vale lo stesso identico concetto.

Che differenza c'è tra gli allevamenti intensivi e quelli "rispettosi" del "benessere" animale?

Le differenze sono in realtà minime e gran parte della sofferenza per gli animali resta immutata.

Posto che uccidere animali per abitudine, pigrizia o golosità non è MAI moralmente giustificabile, qualsiasi sia la loro specie, occorre aggiungere che non è neppure vero che gli animali dai cui corpi si ricava la cosiddetta "carne felice" abbiano in realtà un'esistenza "degna".

Le condizioni di vita sono solo un po' meno peggiori: un po' di spazio in più o un cibo leggermente diverso non possono certo cambiare la vita degli animali prigionieri negli allevamenti.

Le mucche subiscono comunque l'inseminazione artificiale ogni anno e la tortura psicologica della separazione dal vitellino che ne nasce (le mucche producono latte solo per alcuni mesi dopo il parto, esattamente come ogni altro mammifero); e vengono comunque uccise quando non sono più sufficientemente produttive (dopo pochissimi anni).

I vitellini maschi vengono comunque uccisi giovanissimi, in quanto "sottoprodotto" della produzione di latte, così come i pulcini maschi vengono eliminati appena smistati per sesso negli stabilimenti che "producono" galline ovaiole. Anch'essi sono inutili: i maschi dei bovini non producono latte, i maschi dei polli non producono uova, sono solo scarti di cui liberarsi al più presto e nel modo più economico.

Le galline "cage free" (allevate a terra) vivono ammassate in enormi capannoni, non sono certo libere di razzolare su un prato, e viene comunque tagliato loro il becco a pochi giorni di vita.

Niente a che vedere con le immagini sulle etichette e nelle pubblicità, che raffigurano "animali felici" nei prati e all'aria aperta.

Vale inoltre la pena ricordare che i sistemi di trasporto ed i mattatoi utilizzati sono quasi sempre gli stessi, per cui l'uccisione degli animali è la stessa da qualunque tipo di allevamento provengano. La terribile esperienza degli ultimi giorni di vita è identica per tutti gli animali, forse ancora peggiore e più traumatica per quelli che sono stati trattati relativamente meglio.

Impatto ambientale maggiore

Gli allevamenti veramente non intensivi sono ben pochi: parliamo di quelli che davvero dispongono di molto spazio e concedono una vita all'aria aperta gli animali, non di quelli che continuano a essere intensivi ma causano solo "un po' meno" sofferenza.

Anche questi rari allevamenti non sono accettabili da un punto di vista etico, perché alla fine gli animali sono uccisi crudelmente. Ripetiamo la domanda: se il vostro cane o gatto vivesse per un anno libero e felice in una fattoria in campagna, trovereste poi giusto portarlo al macello, sgozzarlo, dissanguarlo, farlo a pezzetti per cucinarlo?

Ma oltre a non essere comunque eticamente accettabili, non sono nemmeno sostenibili da un punto di vista pratico, nonché ecologista, rispetto a quelli industriali: gli animali consumano più acqua (perché sono più attivi e perché stanno al sole), e più cibo (e quindi è necessario disboscare più terreno, con conseguente perdita di biodiversità ed effetti sul clima), emettono il 50-60% in più di gas (perché si nutrono di cellulosa, che viene digerita più lentamente dei mangimi industriali) e infine vivono più a lungo e quindi consumano più risorse e inquinano di più nell'arco della loro vita.

La carne, il latte e le uova consumati oggi semplicemente non potrebbero essere prodotti nelle attuali quantità con metodi non industriali, perché non ci sarebbe abbastanza spazio sul pianeta, né ci sarebbero abbastanza risorse. Quindi, certamente sarebbe preferibile se gli allevamenti fossero tutti di questo genere, ma solo perché ci costringerebbero a diminuire drasticamente i consumi di carne, e di conseguenza si salverebbero vite animali. Ma si salverebbero per la diminuzione dei consumi, non perché questi allevamenti "aiutano" gli animali!

I sostenitori della "carne felice" mantengono davvero la loro promessa?

L'ultima contraddizione - e forse la più significativa e illuminante - dei fans della carne felice è la discrepanza tra le loro affermazioni e il loro comportamento.

Infatti, quasi tutti coloro che mangiano animali sono - a parole - d'accordo sulla necessità di trattare bene gli animali da allevamento: chi mai affermerebbe "No, io penso sia giusto infliggere sofferenza, farli star male, farli ammalare, farli vivere in una disperazione continua"? Ben pochi. Tuttavia, solo una percentuale minima (calcolata negli USA intorno all'1%, ma in tutti i paesi occidentali i numeri sono pressoché gli stessi) della carne acquistata e consumata non proviene da allevamenti industriali.

Gli allevamenti intensivi sono il risultato di logiche economiche e produttive: più domanda (spesso pilotata dai produttori stessi) porta maggiori dimensioni degli stabilimenti, un maggior numero di animali in condizioni sempre peggiori, più maltrattamenti e più sofferenza. I prodotti degli allevamenti non intensivi rappresentano un mercato di nicchia, e vengono fatti pagare molto di più, quando la differenza nel trattamento degli animali è poco significativa (anche perché spesso si tratta di allevamenti solo "un po' meno" intensivi). La differenza di prezzo è soprattutto legata all'illusione di mangiare carne, latticini o uova da "animali felici".

Ma anche chi compra questi prodotti, li compra solo qualche volta: per lo più continua a comprare quelli di allevamento intensivo, di nuovo contraddicendosi nella loro stessa scelta falsamente "etica".

Una scelta etica per davvero

Come persone che hanno dei principi e si impegnano a vivere la propria esistenza rispettandoli, e come consumatori che ogni giorno decidono cosa acquistare, l'unica scelta coerente e seria, l'unica che non sia una presa in giro verso noi stessi e verso gli animali, è quella di dire no a qualsiasi prodotto di origine animale, passando ad uno stile di vita vegan.

Solo così eviteremo di sostenere finanziariamente con i nostri acquisti tutta la  filiera dell'industria dell'allevamento, che guadagna dal maltrattamento e dall'uccisione degli animali.

Informazioni e consigli per diventare vegan:
www.VegFacile.info

Un e-book gratuito che spiega come e perché diventare vegan:
Perché vegan

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