La teoria dell'uomo-cacciatore è smentita in un nuovo libro

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20/11/2006

Un libro uscito quest'anno negli Stati Uniti, "L'Uomo-Cacciato: Primati, Predatori e Umani" va ad aggiungersi alla schiera di quanti sostengono chel'uomo non è affatto cacciatore di sua natura, ma è invece sempre stato preda,e che quindi una delle tante scuse di chi non vuole rinunciare alla bistecca(ma "stranamente" alla caverna e alla clava sì...) e afferma che "l'uomo persua natura è cacciatore" non è neppure vera...

Ecco l'articolo originale pubblicato sul sito della Washington University in St. Louis.

La teoria dell'uomo-cacciatore è smentita in un nuovo libro

Robert W. Sussman ha presentanto la teoria dell'Uomo Cacciato durante la conferenza "Le Origini e La Natura della Socialità Umana" il 19 febbraio 2006 alle 8.30, come parte dell'Incontro Annuale della Associazione Americana per il Progresso della Scienza tenutosi tra il 16 e il 20 febbraio a St. Louis.

Non si direbbe, stando agli attuali avvenimenti mondiali, ma gli esseri umani in realtà si sarebbero evoluti per essere animali pacifici, cooperativi e sociali.

Nel suo ultimo libro, un antropologo dell'Università di Washington a St. Louis va contro il punto di vista predominante e dichiara che i primati, compresi gli uomini primitivi, si sono evoluti non come cacciatori ma come vittime di molti predatori, tra i quali include cani e gatti selvatici, iene, aquile e coccodrilli.

Nonostante le teorie che vanno per la maggiore nelle riviste scientifiche e in quelle divulgative, l'uomo primitivo non era un assassino aggressivo, afferma il dottor Robert W. Sussman, Ph. D., professore di antropologia nella facoltà di Arti e Scienze.

Il libro di Sussman, "Man the Hunted: Primates, Predators and Human Evolution", presenta una nuova teoria, basata sulla documentazione dei fossili e delle specie di primati tuttora viventi, che afferma che i primati sono stati prede per milioni di anni, un fatto che ha largamente influenzato l'evoluzione dell'uomo primitivo.

La dottoressa Donna L. Hart, Ph. D., membro della facoltà del College di Pierre Laclede Honors e del Dipartimento di Antropologia all'Università di Missouri, St Louis, ha collaborato alla stesura del libro.

La nostra intelligenza, la cooperatività e molte altre caratteristiche che abbiamo come esseri umani moderni, derivano dai nostri tentativi di vincere i predatori con l'astuzia, ha affermato Sussman.

Sin dalla scoperta, nel 1924, dei primi primati umani, gli australopitechi, i quali vissero tra i sette e i due milioni di anni fa, molti scienziati hanno teorizzato che quegli antenati dei primati fossero cacciatori e possedessero un istinto omicida.

Con le sue ricerche e i suoi scritti, Sussman ha lavorato per anni per smontare questa teoria. Esperto nelle strutture sociali e nell'ecologia dei primati, Sussman ha condotto un estensivo lavoro sul campo, studiando il comportamento dei primati e la loro ecologia in Costa Rica, Guyana, Madagascar ed Isole Mauritius. È autore ed editore di molti libri, inclusi "The Origins and Nature of Sociality ", "Primate Ecology and Social Structure" e "The Biological Basis of Human Behavior: A Critical Review".

L'idea dell' "uomo cacciatore" è il paradigma generalmente accettato dell'evoluzione umana, dice Sussman, che recentemente ha lavorato come direttore dell'American Anthropologist. "Questa teoria si è sviluppata da una ideologia Giudeo-Cristiana che vede l'uomo come intrinsecamente cattivo, aggressivo e predatore naturale. In realtà, quando si esaminano i fossili e la vita di primati non umani, si vede che non è proprio così".

Studiando i fossili

La ricerca di Sussman e Hart è basata sullo studio di fossili vecchi quasi sette milioni di anni. "Molte teorie sull'uomo cacciatore non riescono ad incorporare queste prove", dice Sussman, "Noi abbiamo voluto le prove, non solo la teoria. Abbiamo esaminato tutta la letteratura disponibile su teschi, ossa, impronte e condizioni ambientali, sia dei nostri antenati ominidi che dei predatori che coesistevano con loro".

Poiché il processo dell'evoluzione umana è così lungo e vario, Sussman e Hart hanno deciso di focalizzare la propria ricerca su una specie particolare, l'Australopithecus afarensis, che è vissuto all'incirca fra 5 e 2 milioni e mezzo di anni fa ed è una delle specie di ominidi meglio conosciute. Molti paleontologi concordano sul fatto che l'Australopithecus afarensis è il legame comune tra i fossili che sono venuti prima e quelli che sono venuti dopo: condivide con loro gli stessi tratti dei denti, del cranio e dello scheletro. È anche una delle specie di cui si hanno più fossili.

"L'Australopithecus afarensis era probabilmente abbastanza forte, come una piccola scimmia" dice Sussman. Gli adulti erano alti tra i 90 e i 150 cm e pesavano da 30 a 45 kg. Erano fondamentalmente dei piccoli primati bipedi. I loro denti erano relativamente piccoli, molto simili a quelli degli umani moderni, e mangiavano frutta e noci.

Ma ciò che Sussman e Hart hanno scoperto è che l'Australopithecus afarensis non aveva una dentatura adatta a mangiare carne. "Non aveva gli incisivi necessari ad incidere e tagliare questo tipo di cibo", dice Sussman. "Questi primi umani semplicemente non potevano mangiare carne. Se non potevano manogiare carne, perché avrebbero dovuto cacciare?"

Non era possibile per questi primati consumare un grande quantitativo di carne fino a che non impararono a usare il fuoco e fu possibile la cottura. Sussman fa notare che i primi utensili non sono apparsi che due milioni di anni fa. Inoltre non c'è alcuna prova convincente che il fuoco fosse conosciuto prima di 800.000 anni fa. "Per di più, alcuni archeologi e paleontologi non pensano che abbiamo avuto un metodo di caccia moderno e sistematico fino a 60.000 anni fa", dice Sussman.

"Inoltre, l'Australopithecus afarensis era una specie che viveva ai margini delle foreste", aggiunge Sussman. Potevano vivere sugli alberi ed a terra, e potevano trarre vantaggio da entrambe le situazioni. "I primati di questo tipo, anche oggi, sono fondamentalmente specie predate, non predatori", osserva Sussman.

I predatori contemporanei dell'Australopithecus afarensis erano grandi ed erano dieci volte più numerosi di quelli attuali. C'erano iene grandi come orsi, tigri dai denti a sciabola e molti altri carnivori di enormi dimensioni, rettili e rapaci. L'Australopithecus afarensis non aveva utensili, non aveva denti grandi ed era alto un metro. Usava il cervello, la sua agilità e le sue capacità di socializzazione per sfuggire da questi predatori. "Non li cacciava", dice Sussman. "Li evitava a tutti i costi".

Approssimativamente dal 6 al 10% degli ominidi erano predati, come confermano i reperti che mostrano segni di denti sulle ossa, di artigli sui teschi e buchi nei quali una zanna di tigre dei denti a sciabola entra perfettamente, dice Sussman. La predazione sulle antilopi della savana e su certe scimmie che vivono a terra, oggigiorno, è analogamente pari al 6-10%.

Sussman e Hart dimostrano che molti dei nostri tratti umani moderni, inclusi quelli della cooperazione e della socializzazione, si sono sviluppati come risultato dell'essere una specie predata e grazie all'abilità degli ominidi di sopraffare i predatori per mezzo dell'intelligenza. Queste caratteristiche non derivano dal provare a cacciare una preda o dall'uccidere i rivali, dice Sussman.

"Una delle maggiori protezioni degli animali indifesi contro i predatori è vivere in gruppi", dice Sussman. "In realtà tutti i primati diurni (quelli attivi durante il giorno), vivono in gruppi sociali permanenti. Molti ecologisti concordano sul fatto che la paura della predazione è una delle principali ragioni per cui ci si adatti a vivere in gruppi. In questo modo ci sono più occhi ed orecchie per localizzare i predatori, e più individui per una difesa di gruppo o per confondere i predatori sparpagliandosi. Ci sono svariate ragioni per cui vivere in gruppo è di beneficio per animali che altrimenti sarebbero predisposti ad essere predati".

Fonte: Whashington University in St. Louis, "'Man the Hunter' theory is debunked in new book", di Neil Schoenherr,

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