Piu' ricerche sugli umani, non sui topi

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14/01/2009

Dichiarazioni di un ricercatore della Stanford University School of Medicine.

In un articolo di recente pubblicazione riportato su "MedicalNews Today", intitolato Trappola per topi? Un immunologo di Stanford chiede più ricerche sugli umani, non sui topi, l'immunologo prof. Mark Davis, ricercatore alla Stanford University School of Medicine esprime la sua forte perplessità sulla sperimentazione animale e invita a cambiare rotta, per orientarsi verso una vera ricerca scientifica che studi le malattie reali degli umani, non quelle artificiali dei topi.

Riportiamo alcuni estratti dell'articolo:

"E' come se vivessimo una condizione di rimozione, di rifiuto; è stato investito così tanto nel modello murino che ci sembra quasi impensabile guardare altrove".

"Gli interventi terapeutici studiati e testati sui topi, che sembra debbano curare ogni genere di malattia, dal cancro alle patologie autoimmuni, non danno risultati altrettanto buoni quando vengono trasferiti all'uomo. La gran parte dei trial clinici messi in atto per validare questi preparati sull'uomo, registrano infatti un fallimento."

"I topi sono dei pessimi modelli per gli studi clinici. E non e' un caso che i topi siano un pessimo modello per l'uomo. Tanto per cominciare, topi e roditori sono distanti dall'uomo per un qualcosa come 65 milioni di anni di storia evolutiva. Ma non e' tutto. Mentre ad una persona occorrono circa vent'anni per raggiungere la maturita' sessuale, il topo la raggiunge in 3 mesi. Quei 100 anni trascorsi da quando i topi sono stati allevati per essere usati nei laboratori corrispondono quindi ad 8000 anni misurati sulla scala umana: un periodo lunghissimo durante il quale sono sono stati tenuti lontani da malattie [fisiologiche e non appositamente indotte N.d.T] e che non sarebbero piu' in grado di vivere nell'ambiente naturale. [N.d.T. quindi non sarebbero un modello valido nemmeno per gli stessi topi che vivono in natura].

Invece, negli ultimi 8.000 anni l'uomo si e' adattato a vivere in citta' sovraffollate, dove la peste e il vaiolo hanno mietuto milioni di vite, e ancora oggi abbiamo altre malattie come AIDS e malaria. Moltissime persone sono infette da 6 diversi tipi di herpes virus e chissa' cos'altro. I topi invece sono costretti a vivere in gabbie dotate di speciali filtri che li isolano da virus e batteri. E in effetti vengono loro indotte patologie che mimano quelle umane, ma non sono le stesse."

"Non possiamo dipendere dagli esperimenti sui topi, perche' in molti casi non abbiamo le risposte giuste. Dobbiamo pensare a cosa potremmo ottenere lavorando sulle persone. La gente va all'ospedale, fa le vaccinazioni, si prelevano campioni di tessuto e di sangue per gli esami di routine. Non impariamo tanto quanto potremmo da questi elementi".

L'articolo prosegue poi indicando la strada degli studi epidemiologici e prendendo come riferimento il modello del progetto Genoma e fornisce l'ennesima conferma che la vivisezione si pratica semplicemente perché si è abituati così, per inerzia, perché lo fanno tutti, per poter confrontare tra loro i vari studi (sui topi). Chi impara a praticare la vivisezione è convinto che quella sia l'unica strada e così insegnerà a chi viene dopo di lui, e così via, all'infinito. Bisogna spezzare questo circolo vizioso e focalizzarsi su ciò che è davvero utile per la ricerca: gli studi sull'uomo, non invasivi, che non danneggiano nessuno, e non inducono malattie artificiali, gli studi su cellule e tessuti degli esseri umani. Non dei topi.

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