Basta con la moda della falconeria!

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29/06/2017

Ospitiamo questo articolo di Eduardo Quarta, guardia zoofila e attivista del comitato internazionale CABS (che difende i volatili dai bracconieri). Vista la moda dilagante della falconeria, dipinta anche da tanti Comuni e pro-loco come un'attività positiva ed "educativa", è importante far sapere che essa invece contribuisce all'estinzione dei rapaci e si fonda sulla loro presa in schiavitù e per zimbello.

Vi parlerò della falconeria e di come essa umilia ed estingue gli uccelli predatori, scrivendone in prima persona perché molto di quello che so l'ho imparato sul campo, partecipando in Sicilia alle attività del GTR - Gruppo Tutela Rapaci, un coordinamento di associazioni che condividono risorse e volontari per impedire che i bracconieri rapiscano i giovani rapaci dai nidi (e che si costituì nel 2010, proprio in seguito alla denuncia del rapimento di aquilotti nell'agrigentino). Ma cosa hanno in comune bracconieri e falconieri? La falconeria è strettamente connessa all'uccellagione: alcuni falconieri sono anche bracconieri; altri invece sono i mandanti-acquirenti dei bracconieri, i quali catturano gli esemplari richiesti dal "mercato nero"... come vedremo più avanti.

Più genericamente, per me la falconeria non è un'attività meno spregevole di quella dei domatori. Di peggio c'è il prestigio di cui tentano di ricoprirsi, ricercando nel passato la validità della loro "tradizione"; così risorgono granducati, ordini iniziatici e - naturalmente - sedicenti "maestri". Maestri di cosa?! È presto detto: della sottomissione di altre creature senzienti. Non si può addomesticare un rapace; si può solo sfibrare la sua forza vitale e abituarlo a tollerare la presenza umana che altrimenti rifuggirebbe per paura.

Infatti per evitarne la fuga, falchi ed aquile passano la maggior parte del tempo incappucciati e legati per le zampe. Come se ciò non bastasse, i rapaci vengono sottoposti ad un ammaestramento che ha lo scopo di costringerli ad accettare di alimentarsi "sul pugno" dei loro carcerieri. Attenzione! Analizzando quest'ultima espressione, tipica del gergo da falconiere, si può estrapolare un concetto comune a tutti i domatori: con la fame si tengono "in pugno" gli animali. Del resto la falconeria non è altro che l'arrogante tentativo di sottomettere e possedere creature fiere ed indomite come gli uccelli predatori, con l'obiettivo di addestrarli a cacciare a vantaggio dell'uomo.

Oggi gli uccelli in possesso dei falconieri dovrebbero essere tutti nati in cattività presso allevamenti autorizzati. Se il bracconaggio è vietato dalla legge, la detenzione in cattività continua purtroppo ad essere legittimata dalla nostra società; come se un animale nato in gabbia avesse diritti e bisogni differenti da quelli dei suoi simili nati liberi. La verità è che gli animali detenuti in cattività sono prigionieri per tutta la vita e le sofferenze che patiscono non sono inferiori alla violenza subita da quelli catturati in natura. Basti pensare che la maggior parte degli uccelli sono migratori; ogni anno percorrono migliaia di chilometri per raggiungere le aree di riproduzione e svernamento, mentre i rapaci detenuti in cattività sono "incatenati" al posatoio per mezzo di lacci e corde varie; sono muniti di campanelli e trasmettitori GPS per localizzarli quando si allontanano; e vengono costretti ad accoppiamenti contro natura per ibridare le specie (anche mediante inseminazione artificiale). Non contenti, i falconieri importano animali provenienti persino da altri continenti (come quello americano da cui provengono la Poiana di Harris o la Poiana codarossa).

Ma se fin qui ho descritto principalmente le umiliazioni che i rapaci subiscono, per concludere vorrei ritornare sul fenomeno dell'uccellagione, che è strettamente connesso alla falconeria e che contribuisce direttamente all'estinzione dei rapaci. Infatti nel "mercato nero" del bracconaggio c'è chi è disposto a sborsare cifre esorbitanti per l'acquisto di un selvatico.

Come riportato anche dal National Geographic, "una coppia prelevata illegalmente di Aquile di Bonelli può costare 6-8000 euro, ma anche il triplo se provvista di certificato falso; mentre un Gipeto (una specie di avvoltoio) con certificato riciclato arriva o supera i 20.000 euro". Queste truffe possono avere luogo solo negli allevamenti, dove animali catturati in natura vengono venduti come animali nati in cattività.

Come mai questa predilezione per i selvatici?! Sono tre le principali ragioni: attitudine alla caccia più spiccata; collezionismo di specie rare; rinsanguare le discendenze dei propri animali. I pulli (così sono definiti gli uccelli finché abbandoneranno la nidiata) vengono catturati nel nido prima che sappiano volare, per essere poi rivenduti. Proprio questa forma di uccellagione ha contribuito a portare alcune specie sull'orlo dell'estinzione... come accaduto negli ultimi decenni alle Aquile di Bonelli, ai Capovaccai ed ai Lanari.

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