Latte o bevanda di soia? L'industria dell'allevamento cerca inutili scappatoie.

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01/10/2018


Leggiamo che l'"American Dairy Coalition", che è in sostanza l'Assolatte americana (l'associazione di categoria della potente industria del latte) vuole lanciare una iniziativa per vietare di usare la parola "latte" sulle confezioni del latte di soia e altri latti vegetali negli USA.

Sostengono che questo sia essenziale per non fuorviare il consumatore, come se chi acquista fosse talmente sprovveduto da non sapere cosa compra e leggendo "latte di soia" si convinca che è di mucca solo perché vede scritto "latte"... Sostengono anche che le alternative vegetali non siano equivalenti al latte di mucca per quanto riguarda i nutrienti. Certo che non lo sono, per fortuna: sono molto migliori e non contengono i grassi animali che intasano le arterie!

Va notato però che, se ci tengono così tanto a non fuorviare i consumatori, dovrebbero allora inserire anche loro qualche informazione aggiuntiva sulle confezioni di latte vaccino. Per esempio "Intasa le arterie", "Non rende le ossa forti", "Contiene sangue, pus, feci", "Per la sua produzione viene ucciso un vitellino ogni anno per ogni mucca", "Le mucche da latte sono macellate a 5-6 anni" e altre verità che possono influenzare l'acquisto.

In Italia è così da sempre

Introducendo il divieto di usare la parola "latte" sulle confezioni dei latti vegetali, i lattai americani credono di cambiare le sorti della loro industria sempre più in declino, ma farebbero bene a informarsi presso i loro colleghi italiani per scoprire che questa normativa non servirebbe a nulla. In Italia, infatti, da quasi un secolo, il termine "latte", dal punto di vista commerciale, è riservato solo al latte animale, con il latte di mandorle come unica eccezione.

Questo però non ha impedito la diffusione a tappeto dei latti vegetali avvenuta negli ultimi anni: una volta si trovavano solo nei negozi di alimentazione bio, oggi tutti i supermercati, anche i più piccoli, ne offrono almeno 2-3 tipi, mentre nei più grandi ne troviamo anche 15-20 tipi diversi. La diffusione è andata di pari passo con la domanda e non è certo legata all'uso della parola "latte". Qualcuno pensa veramente che per chi acquista faccia differenza se sulla confezione c'è scritto "Latte di soia" o "Bevanda di soia"?

Assolatte non è l'Accademia della Crusca, né può imporre regole sulla lingua italiana

Circa un anno fa ha fatto grande scalpore la notizia di una sentenza della Corte di giustizia europea che affermava che sulle confezioni dei prodotti non si può usare la parola "latte" per i prodotti a base di soia, avena, riso, e qualsiasi altro latte vegetale.

Se ne parlava sui giornali come se fosse una novità e introducesse chissà quale cambiamento: ma se è sempre stato così! Qualcuno ha mai visto in un negozio una confezione di un prodotto con la dicitura "latte di soia"? Si è trattato solo dell'ennesima strumentalizzazione dell'industria del latte, aiutata da tanti giornalisti compiacenti che non sanno nemmeno di cosa parlano: han fatto credere al pubblico che questa sentenza affermasse in qualche modo la superiorità del latte vaccino. Mentre invece si tratta di una mera regola commerciale che esiste da quasi un secolo.

Tra il pubblico, alcuni si sono perfino preoccupati del fatto che si potesse venire multati se si decideva di utilizzare tale termine in qualche scritto (nelle ricette, in articoli, ecc.).

Ma, fino a prova contraria, non viviamo sotto la dittatura dell'industria lattiero-casearia, quindi possiamo usare tutte le parole che vogliamo. E non è neppure errato dal punto di vista della lingua italiana usare il termine "latte di soia", solo perché all'industria del latte non piace: non sono certo l'Accademia della Crusca!

E' semplicemente una regola commerciale che riguarda le confezioni dei prodotti e che non ha alcuna influenza sul resto. Continuiamo dunque a usare il termine "latte vegetale", anzi, usiamolo più che mai, visto che dà così tanto fastidio a questa industria che causa sofferenze estreme e morte in giovane età a un numero enorme di animali.

Hamburger, würstel, spezzatini, cotolette, ecc. non hanno questa restrizione

Per finire, va notato che la regole commerciale restrittiva non si applica invece a tutti gli altri prodotti, come è stato ribadito a fine 2016 nella risposta a un'interrogazione alla Commissione Europea fatta su richiesta di esponenti dell'industria della carne.

Quindi si possono avere polpette vegetali, così come würstel di soia, cotolette di legumi e verdure, spezzatino di seitan, affettati vegetali e quant'altro.

Questi termini non sono in alcun modo legati alla carne: una polpetta può avere qualsiasi ingrediente, così come il termine "spezzatino" significa solo che l'ingrediente usato è fatto a cubetti, e "affettato" semplicemente che è fatto a fette, e così come "hamburger" vuol dire solo "di Amburgo" (o "svizzera", come veniva chiamato invece una volta qui in Italia) e quindi non c'è alcun legame con la carne.

Insomma: non è combattendo sui nomi che l'industria della carne e del latte può sperare di risollevare le sue sorti e noi, come consumatori, possiamo usare qualsiasi termine vogliamo.

La cosa davvero auspicabile sarebbe invece una maggior trasparenza delle etichette in senso etico. Sarebbe utile che esistesse l'obbligo di spiegare che qualsiasi alimento di origine animale causa sofferenza estrema, agonia, morte cruenta, a tutti gli animali allevati, senza distinzione. Questo sì sarebbe informativo per il pubblico, ma naturalmente l'industria dell'allevamento si guarda bene dall'essere così trasparente coi consumatori.

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